Nasi Rossi
08/03/2018
Nasi Rossi


Storia 
Di racconto in racconto, si narra che nell’anno 1900, in un giorno feriale, due barbieri e due calzolai di nome Bonaventura Piferi, Romeo Tani, Pietro Anzellotti ed Giuseppe Alessandrucci, si trovavano nei pressi del forno di Camillo Taborri, probabilmente nell’osteria di “Nostasìa”. 
Altri affermano che l’osteria fosse, invece, di Anzellotti Pietro, ma questo cozzerebbe con il fatto che si trattasse di due barbieri e due calzolai. 

Quel pomeriggio, come tanti altri, tra un bicchiere e l’altro, uno di loro raccontò che al mattino, guardandosi allo specchio e accorgendosi di avere il naso completamente rosso, si era improvvisamente ricordato di quanto accaduto la sera precedente, quando, dopo aver bevuto un fiasco di vino rosso, a causa dello stesso e della poca luce, aveva erroneamente scolato i rigatoni nel vaso da notte (pitale); dopo averli conditi con il sugo di carne del giorno prima, insieme ad una manciata di pecorino, se ne era fatto una grande scorpacciata.
Per fortuna l’improvvisata “scodella” era pulita! A onor del vero, a fronte di questa spassosa disavventura, i quattro amici, dopo tantissime risate, lo stesso giorno, proprio in periodo di carnevale, decisero di comune accordo di formare la “Società dei Nasi Rossi” cioè una convivenza di bontemponi, mangiatori e bevitori.
Stabilirono così che, per essere ammessi nella Società, sarebbe stato sufficiente pagare un litro di vino e prodigarsi per far si che il lunedì di carnevale fosse un giorno tutto dedicato a loro in cui distribuire, per il divertimento della popolazione e dei forestieri, dei “Rigatoni al Pitale ben conditi con sugo di carne”, da servire con forchetta di legno non appuntita. 

Ancora oggi dopo oltre cento anni, il lunedì di carnevale, l’insolita maschera dei Nasi Rossi viene indossata da molti cittadini Ronciglionesi per dare vita a quel singolare rituale della “Pitalata” ed è così che vestiti con un bianco camicione e cappello da notte, calano come un esercito sulla piazza, cantano un inno al vino, rincorrono gli spettatori brandendo in aria dei forchettoni, salgono con le scale sui balconi, entrano delle case per offrire sadicamente i maccheroni che tengono caldi nel vaso da notte, “il pitale”. 

Chi per la prima volta si trovi davanti alla maschera ronciglionese del “Naso Rosso” rimane colpito dalla sua originalità. 
Il Naso Rosso incarna l’anima buontempona, satirica, godereccia che è nello spirito del ronciglionese, uno spirito indipendente, dalla battuta pronta, ironico quanto basta e soprattutto, dissacratore.

La maschera ha qualche parente all’estero.
Un personaggio simile lo troviamo nel carnevale parigino nella figura del “Chie-en-lit” (“caca nel letto”) che veste una camicia da notte imbrattata di escremento e nel carnevale russo nei Lubok - quadretti raffiguranti scene di vita popolare - dove il “Krasnoj nos” (letteralmente “Naso Rosso”) è rappresentato con un naso gibboso e le braghe imbrattate (documentazione reperita da: “Il Paese di Carnevale” di Mariti e Galli). 

L’associazione dei Nasi Rossi risale all’anno 1900, come si evince dal loro Statuto.
Naso Rosso oltre a essere protagonista del Carnevale Ronciglionese è anche il protagonista di un’opera teatrale scritta dal prof. Luciano Mariti di Ronciglione, docente di Storia del Teatro presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

l Carnevale è ancora oggi la manifestazione culturale più importante di Ronciglione.
E’ una festa che va snaturandosi, ma che mostra ancora forme e sequenze di una radicata tradizione. Il suo modello formale è il Carnevale romano rinascimentale e barocco.

Il suono del “campanone” che annuncia la festa, la consegna delle chiavi del paese a Re Carnevale, le corse dei Barberi, il saltarello, i carri allegorici, il rituale della morte di Re Carnevale con la “moccolata” finale, la mascherata dei “saracari” (maschere che portano appeso a una canna un puzzolente sarago, mentre nel Carnevale romano vi si appendeva un “caramello”, sono tutti elementi paradigmatici che ritroviamo già nella festa rinascimentale e che, simili, anche Goethe descriverà nel suo “Viaggio in Italia”.
Ma se la forma del Carnevale è rimasta ancora oggi identica, qual’era, ci chiediamo, il senso dell’antica festa? ... Antropologi ed etnologi sono d’accordo nel ritenere le maschere raffigurazioni di morti o di creature inferiche, sotterranee. 

Lo stesso termine “maschera” deriva dal longobardo “maska” che significa “defunto”, “creatura sotterranea e notturna”. 
Ce lo ricordano le maschere nere e pelose degli “Zanni” con un bubbone sulla fronte a segno di antiche corna diaboliche recise,
ce lo ricordano il costume bianco, larvale di Pulcinella o il camicione da notte, bianco, della maschera ronciglionese di Nasorosso, ubriacone che viene dal mondo sotterraneo delle cantine per portare, con il suo vaso da notte ricolmo di maccheroni, abbondanza e fecondità ... Particolarmente rappresentativa di questa concezione contadina, è la maschera tipica del Carnevale ronciglionese: Nasorosso
Una maschera insolita ed enigmatica che il lunedì di Carnevale di ogni anno diventa la maschera di tutti i Ronciglionesi e dà vita a quel singolare rituale detto “la pitalata”. 
Vestiti con un bianco camicione da notte, i Nasi Rossi calano come un esercito sulla piazza, cantano un inno al vino (“che l’acqua è fatta pei perversi, il diluvio Io mostrò”), rincorrono gli spettatori, salgono con scale sui balconi, entrano nelle case per offrire sadicamente i maccheroni che tengono caldi in un vaso da notte.

Nasorosso è rappresentato con un naso gibboso e le brache imbrattate … tuttavia questa singolare figura di ubriacone che sale dal mondo sotterraneo delle cantine per portare abbondanza di cibo non si spiega se non si tiene presente quella particolare visione del mondo che la cultura popolare ha espresso nel Carnevale quando la festa era rito agrario di propiziazione della fecondità. 

L’offerta di maccheroni nel vaso da notte non ha il significato banalmente fisiologico che oggi le si può assegnare. 
L’ambiguo accoppiamento escremento/cibo mostra, simbolicamente, che tra natura in decomposizione e natura vivente si voleva stabilire un profondo legame proprio nel momento della festa, nel tempo in cui la natura è morta e il seme generatore sepolto nella terra deve essere risvegliato in modo che possa ricostituirsi indissolubile il ciclo naturale di morti e rinascite.

Nasorosso è figlio di questa visione del mondo, di un rito celebrato, in realtà, per esorcizzare la paura della morte e per affermare la continuità dell’avvicendamento e delle trasformazioni della natura. 
L’ambiguità, l’ambivalenza di Nasorosso deriva appunto dal legame che si voleva stabilire fra due contrari, fra opposizioni come escremento/cibo, sterilità/abbondanza, corruzione/rigenerazione, morte/vita. 
Ambivalenza che racchiude in sé la prospettiva della negazione, il proprio rovescio, che è in tutti i simboli e rituali carnevaleschi: il rituale del buffone incoronato re della festa, le figure scelte per contrasto (alto/basso, grasso/magro ...), il travestimento, l’uso degli abiti alla rovescia, l’uso degli utensili come armi e così via. Ambivalenza che, del resto, caratterizza la stessa comunità carnevalesca in cui si uniscono derisione (negazione) e giubilo (affermazione) …

Questa figura, che è la più suggestiva di tutto il Carnevale ronciglionese e che è mantenuta per la sua spettacolarità, è in effetti l’immagine più pregnante e superstite di quel teatro contadino. 
La sua maschera, in abbigliamento notturno, il suo ornamento, un vaso da notte ricolmo di fumanti maccheroni, riassumono tutto il complesso di motivi che sono alle origini del teatro contadino: bisogni alimentari, bisogni sessuali, bisogni fisiologici, e inoltre il rovesciamento naturale delle cose: il giorno per la notte, l’uomo per la donna. 

Le camicie da notte usate per la mascheratura sono dell’abbigliamento femminile e appartengono a una donna conosciuta da Nasorosso; esse evidenziano l’ambiguità sessuale della figura, mentre il vaso da notte con i maccheroni dentro è un’immagine sincretica dei termini primari della vita:
alimentarsi e vivere con il contraltare dell’eliminazione, oppure nascere e morire, in una perenne circolarità. 

In Nasorosso coincidono significati escatologici e andamenti di evidente truculenza. Certamente, i componenti del folto gruppo dei Nasi Rossi che, giunti compatti al centro della piazza si lanciano minacciosi contro il pubblico e penetrano nelle case attraverso le finestre raggiunte con lunghe scale, hanno ben poco a che fare con le reali motivazioni della ritualità di una civiltà contadina. 

Tuttavia, pur non esistendo attualmente né vincoli culturali tra i componenti, né rapporti tra maschera e suo riferimento oggettivo, il gruppo ha sempre più adepti e successo presso il pubblico che ritualisticamente si ritrae all’offerta del cibo. Le attuali ragioni del successo, come già detto, stanno nella pregevole spettacolarità che accompagna l’azione del gruppo, ma soprattutto nell’agone che si
stabilisce tra Nasi Rossi e pubblico, cioè in una reale e collettiva azione ludica. 

Nasorosso è una maschera del teatro contadino, ma è anche una maschera nata a Ronciglione. 
Vale a dire che, pur appartenendo alla cultura controriformista ha caratteri esteriormente analoghi a quelli di altre celebri maschere. 
Il problema del cibo e del sesso in Nasorosso, si presenta in forma più rozza che in Pulcinella o Arlecchino perché tutt’ora traspaiono le sue motivazioni più arcaiche. 
Inoltre, mentre maschere come Pulcinella e Arlecchino, nate anch’esse dalla cultura popolare, sono state elevate e utilizzate dalla cultura ufficiale come elemento di rielaborazione intellettuale e come severo giudizio contro il loro stesso mondo di origine, Nasorosso è rimasto nell’omogeneo mondo
della cultura subalterna. 
A mantenere Nasorosso fuori da prospettive letterarie ha indubbiamente contribuito la realtà culturale e sociale di Ronciglione, per cui egli ci viene dalla storia come da un confuso mondo dove tutto appartiene alla comunità. 

Nasorosso appartiene, dunque, alla comunità ronciglionese, ma solo come simbolo di un originario rapporto con la natura, perché è ben nota la stratificazione e la settorializzazione che caratterizza la società ronciglionese.

Prof. Luciano Mariti e Pro Loco di Ronciglione - Archivio Storico